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Alfa Romeo 164: l’auto dell’unione

Alfa Romeo 164: l’auto dell’unione

Se dunque politica e azienda, o meglio, Stato e industria non sono mai del tutto disgiunte, non lo furono neanche all’epoca della presentazione dell’Alfa Romeo 164 che di fatto incarnò, alla grande, il passaggio dell’Alfa Romeo in mano a Fiat

da in Alfa Romeo, Auto d'epoca, Mercato Auto, Mondo auto, Sergio Marchionne
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    Nel passato dell’industria automobilistica italiana vi fu un tempo in cui la politica seguiva da vicino le sorti delle Case automobilistiche, forse persino troppo, al punto da divenire essa stessa l’ago della bilancia riguardo alle posizioni industriali assunte o rappresentando il bersaglio delle decisioni provenienti dal management aziendale.

    Non parliamo degli anni dell’ “autunno caldo” quando la Fiat discuteva e dibatteva col governo circa la necessità di nuovi impianti produttivi a spese dello Stato pena i licenziamenti in massa; parliamo di tempi più recenti; insomma, siamo alla fine degli anni ottanta periodo in cui Fiat si unì con Alfa Romeo, scatenando le ire funeste degli alfisti puri e convinti che vedevano in questa alleanza una sorta di inquinamento del marchio storico del Biscione.

    La scelta politica di “ Romano”

    Anche in quel caso la scelta fu soprattutto politica, dovendo mediare l’esigenza di dare ristoro ad un’azienda di Stato quale era l’Alfa, con quella economica di un gruppo industriale che, faceva acqua da tutte le parti; a mettere una o tutte e due le mani al fine di operare la fusione storica, fu quello che qualche decennio dopo divenne più volte presidente del consiglio italiano di governi travagliati, tale Romano Prodi e chi se lo dimenticherà più… allora presidente dell’IRI, da una parte e dall’altra, a Pomigliano d’Arco, il “non craxiano” socialista Di Martino.

    L’illusione del liberismo ad oltranza

    Se mai ci fosse stato bisogno di quest’esempio per stigmatizzare la vicinanza del mondo politico dagli anni del dopoguerra fino a quelli di Tangentopoli con l’industria automobilistica italiana, non possiamo che prendere atto che la res pubblica non è mai stata del tutto insensibile alle sorti delle quattro ruote; lo vediamo in maniera diversa anche oggi con gli incentivi statali, laddove le parole di Sergio Marchionne, grazie anche al meritato seguito di cui gode, divengono sempre di più l’ago della bilancia delle decisioni di interesse generale, come avvenuto con la proroga degli incentivi statali. Ma c’è di più, i sostenitori del liberismo ad oltranza nell’ultimo anno si son dovuti ricredere non poco davanti a nazioni come gli Stati Uniti che proprio di quel liberismo avevano fatto la propria bandiera, rassegnandosi al fatto che lo Stato non solo finiva per esercitare il proprio controllo aziendale ma che di lì a poco sarebbe divenuto l’ultimo appiglio per evitare la catastrofe; Chrysler docet….

    L’orgoglio italiano “targato” Alfa 164

    Se dunque politica e azienda, o meglio, Stato e industria non sono mai del tutto disgiunte, non lo furono neanche all’epoca della presentazione dell’Alfa Romeo 164 che di fatto incarnò, alla grande, il passaggio dell’Alfa Romeo in mano a Fiat. Un passaggio felice, comunque, a giudicare il fatto che la 164 fu un successone da subito, col compito principale di cancellare dalla memoria vecchie ammiraglie del passato che facevano persino in parte vergognare la Casa di Arese, Alfa 90, Alfa 6, tanto per citarne due.

    L’Alfa 164 apparve subito come il punto di incontro di nuove filosofia in ambito stilistico, meccanico e di componentistica in generale che si andarono a delineare in questa filante e spaziosa berlina a cui aveva messo le mani Pininfarina per quanto riguardava il design complessivo; lo si capì immediatamente al Salone dell’Auto di Francoforte 1987 dove la vettura fu presentata; neanche i tedeschi di Audi, Mercedes e Bmw si aspettavano una contromossa italiana così permeante in quel Salone, con un’auto straordinaria che sbucava all’improvviso dal nulla ad opera di una Casa automobilistica quale era l’Alfa Romeo che fino a qualche mese prima di fatto non esisteva più, in un periodo in cui era sicuramente più difficile scorgere i progetti di una Casa automobilistica tenuti segreti, stante ancora l’assenza di un sistema come Internet….

    Soluzioni uniche e moderne

    Insomma, l’Alfa 164 stava per assestare un deciso colpo alla concorrenza teutonica che per un attimo rimase sbigottita di fronte a quella spaziosa, moderna, lussuosa, elegante e intrigante berlina italiana.

    Ma la Alfa Romeo 164 era anche di più, presentava soluzioni in fatto di motori davvero importanti; si pensi all’ottimo 2,0 litri di cilindrata Twin Sparck da 148 cavalli di potenza caratterizzato da bassi consumi e alte prestazioni capace di far raggiungere all’auto i 210 km/h di velocità massima con tempi di accelerazioni da record, per i tempi; un’auto stravolgente che presentava soluzioni particolari in fatto di meccanica, il cambio manuale a cinque marce del tutto inedito, le sospensioni anteriori Mc Pherson e indipendenti al retrotreno, quattro freni a disco, il tutto per una berlina chge non pesava neanche una tonnellata e che aveva dimensioni di tutto rispetto; 4,555 m. di lunghezza, un metro e 76 centimetri di larghezza e alta poco meno di un metro e mezzo.

    La 164 era inoltre una trazione anteriore con un’ottima tenuta di strada e temperamento sportivo ma col piglio dell’ammiraglia; dalla prima versione il nuovo marchio Alfa Romeo sforna tutta una serie di versioni derivate, il 3,0 litri iniezione a sei cilindri da 197 cavalli di potenza, il 2,0 litri turbo iniezione a quattro cilindri da 171 cavalli fino al 3,0 litri iniezione Superquadrifoglio da ben 233 cavalli di potenza.

    La fine della 164

    Fu un successo, ma che durò, ahimè, poco, tutto si appannò quando l’Alfa Romeo, sotto il controllo di Walter De Silva, uomo di punta in ambito al design che ci siamo fatti scappare a favore dei tedeschi, immise sul mercato vetture stravolgenti del calibro di Alfa 156 e 147 che rivoluzionando di fatto esse stesse il design di appartenenza della 164 parteciparono in maniera decisiva a scrivere la parola fine alla non più gloriosa ammiraglia italiana….. correva l’anno 1993!

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