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Donald Trump presidente degli USA: pro e contro nel mondo dell’auto

Donald Trump presidente degli USA: pro e contro nel mondo dell’auto
da in Mercato Auto
    Donald Trump presidente degli USA: pro e contro nel mondo dell’auto

    Quale sarà l’effetto delle politiche del prossimo presidente degli Stati Uniti Donald Trump sull’industria automobilistica? Vantaggi e svantaggi, pro e contro? Vista la figuraccia fatta da prezzolati sondaggisti, esperti e commentatori nel predire l’esito delle elezioni americane, non è il caso di lanciarsi in sofisticate previsioni. Possiamo però delineare il quadro in cui dovrà svilupparsi, motoristicamente parlando, l’azione di colui che il 20 gennaio 2017 diventerà ufficialmente l’inquilino della Casa Bianca per i prossimi quattro anni; senza essere accecati dall’odio ideologico che sta ammorbando il mondo dei media.

    Innanzitutto va sottolineato un aspetto fondamentale: nessun presidente può fare alcunché se non ha il Congresso dalla propria parte. Anche se le leggi americane conferiscono al capo dello Stato ampi poteri, molte delle sue decisioni devono comunque ricevere l’approvazione parlamentare. I risultati del voto dell’8 novembre, dove veniva rinnovato anche il Congresso, il Senato parzialmente e la Camera dei rappresentanti totalmente, hanno dato ai Repubblicani una maggioranza ampia alla Camera, 238 seggi contro 193, oltre ad una risicata al Senato, momentaneamente 51-48; manca il seggio della Louisiana, dove a dicembre ci sarà un ballottaggio tra i primi due candidati.
    Vista così, la situazione apparirebbe agevole per Trump. Ma cosa deciderà di fare l’establishment del GOP (Great Old Party, come viene soprannominato il Partito repubblicano)? Perché il presidente eletto ha molti nemici anche in casa propria. Quale prezzo gli chiederanno in cambio dei voti per sostenere la propria politica? O, viceversa, quali parti del programma dovrà abbandonare in cambio del sostegno al Congresso? Senza contare il fatto che due o tre senatori si fanno presto a comprare, quindi anche questo elemento potrebbe ribaltare la situazione (o facilitarla, perché il mercato vale nei due sensi).

    Ma per il momento ammettiamo che la maggioranza repubblicana al Congresso resti tale e decida di non ostacolare Trump. Ipotizziamo anche che il neo-presidente si attenga al programma pubblicizzato nella campagna elettorale.
    Il centro della politica di Donald Trump è difendere gli interessi americani nei confronti di quelli stranieri. Nel dettaglio, intervenire sugli squilibri commerciali e produttivi anche attraverso strumenti fiscali, come dazi alle importazioni e incentivi alle aziende domestiche.

    Le tre compagnie automobilistiche americane, quindi General Motors, Ford e Chrysler di FCA, hanno delocalizzato all’estero le loro produzioni in modo consistente, come hanno fatto del resto tutte le altre aziende del mondo, grandi o piccole. Messico, Canada, Asia e in parte Europa orientale sono le nazioni che più hanno beneficiato di questi trasferimenti. In particolare è il Messico a costituire un’importante porta d’ingresso produttiva verso gli USA; una strada intrapresa anche dai gruppi Toyota, Volkswagen, Daimler Mercedes-Benz e altri. Se Trump dovesse effettivamente alzare barriere ai veicoli importati dal Messico e altrove, ciò potrebbe creare problemi non indifferenti ai costruttori che hanno negli Stati Uniti un mercato importante, cioè la maggioranza.

    Per quanto riguarda invece le fabbriche negli altri continenti, si dovrebbe analizzare quanto di quella produzione estera è effettivamente diretto verso il mercato USA. Generalmente le fabbriche straniere producono per i mercati locali o le regioni circostanti. Soprattutto la Cina. Ipotizzando uno scontro fra amministrazione Trump e governo cinese, le eventuali ritorsioni di Pechino non potrebbero spingersi troppo oltre, perché le auto americane vendute in Cina sono prodotte localmente. Senza parlare di tutta la produzione elettronica dei colossi high-tech, Apple in testa. Sarebbe un colossale boomerang per la Cina. Anche l’arma del debito pubblico americano finanziato in buona parte dai cinesi sarebbe un’arma piuttosto spuntata: quando i crediti diventano troppo grossi, il vero padrone è il debitore, soprattutto quando dispone di una forza militare imponente. In ogni caso, le tre “sorelle” di Detroit recupererebbero eventuali perdite con gli sconti fiscali sulla produzione negli USA.

    La situazione potrebbe essere più pesante per i costruttori stranieri.

    Cominciamo dal gruppo Hyundai-Kia: Trump ha più volte detto che gli accordi commerciali siglati da Barack Obama con la Corea del Sud sono sfavorevoli per gli Stati Uniti. Quindi eventuali decisioni di Washington in questo senso potrebbero incidere sulle entrate del gruppo coreano. Inoltre la Trans-Pacific Partnership, firmata lo scorso febbraio da Obama e in attesa di ratifica, se annullata o rinegoziata potrebbe creare problemi alle aziende giapponesi, Toyota in testa.
    Lo stesso discorso vale per i costruttori tedeschi, Volkswagen-Audi, BMW e Mercedes-Benz (Opel non vende negli USA, per ovvi motivi). Delle eventuali barriere doganali renderebbero ancora più complesso un mercato già intrinsecamente difficile. A meno che le case straniere non si rassegnino ad aumentare o creare gli investimenti produttivi negli Stati Uniti.

    E cosa farà invece l’Unione europea, cioè la Germania? Se Trump decidesse di mandare all’aria le trattative sul trattato di libero scambio USA-UE, o comunque di renderlo molto più favorevole al proprio Paese (com’è naturale), il vero leader dell’Europa, Angela Merkel, reagirà con ritorsioni? “Suggerirà” al fido Juncker di creare barriere doganali contro l’America? Anche qui c’è da andarci piano. Ford produce molto in Germania e Spagna, GM in Europa è solo Opel; qualche grattacapo potrebbe averlo FCA per la quota di Jeep proveniente direttamente dagli USA; ma Jeep produce anche in Italia.

    C’è anche un altro particolare di cui tenere conto. Un punto su cui Trump spinge molto è quello dell’energia. Vuole eliminare le restrizioni create da Obama sull’attività estrattiva delle fonti fossili, in particolare petrolio e gas ottenuti dalle fratture rocciose (shale). Soprattutto, intende tagliare le unghie all’EPA, l’agenzia di protezione ambientale diventata negli anni obamiani un moloch senza controllo, troppo spostata verso le posizioni estreme delle lobby ambientaliste.

    Significa, a livello per ora solo molto teorico e ipotetico, che potrebbe anche esserci un ridimensionamento delle normative che stanno artificialmente tartassando i motori a combustione in favore della propulsione elettrica. Sarebbe una beffa per quei costruttori che oggi, a parole, vedono elettricità dappertutto e vorrebbero forse spingere in modo troppo forzato e precoce verso una sostituzione esagerata del parco auto, su tecnologie che devono ancora dimostrare di essere realmente utilizzabili e verso le quali la maggior parte della gente, americani compresi, si è dimostrata finora molto tiepida. Tuttavia la posizione di Trump su questo specifico aspetto non è chiara.

    In conclusione, nessuno ha da guadagnarci da una guerra commerciale mondiale, questo lo sa benissimo anche Trump. Però agitare il bastone, e quello americano conserva intatta la capacità di fare male, può far ripensare diverse strategie industriali, magari rendendole meno estreme. Se Trump saprà giocare abilmente la carta fiscale, i pro saranno soprattutto per gli Stati Uniti. I contro invece saranno pesanti per le nazioni dove le fabbriche sono state spostate. I costruttori alla fine dovranno adeguarsi. L’Europa, se la smettesse di fare politiche contro se stessa, avrebbe anch’essa da guadagnarci. Ma da noi i vari Soros hanno ancora un potere eccessivo. E non si vede all’orizzonte qualcuno con la capacità o l’intenzione di ridimensionarli.

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