Brexit, cosa cambia per il settore auto e quale futuro attende le case automobilistiche

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La Brexit è ormai realtà: dopo 47 anni il Regno Unito dirà addio all’Unione Europea. Dal 1° febbraio 2020, quindi, i sudditi di Sua Maestà non saranno più formalmente cittadini europei anche se il diritto dell’Unione Europea continuerà ad applicarsi nel Regno Unito fino al 31 dicembre 2020. Il periodo di transizione manterrà lo status quo giuridico fino alla fine dell’anno per prevenire eventuali “buchi neri” legali derivanti dall’uscita formale del Regno Unito dall’UE dal 31 gennaio 2020. Ciò significa che le norme chiave regolamentari continueranno ad applicarsi durante il periodo di transizione.

Ma cosa succederà al settore auto? Nella fase di transizione, in realtà, non accadrà nulla di particolare rilevanza per l’industria automobilistica; i veicoli, infatti, saranno omologati da un unico ente (il Regno Unito) che verificherà la conformità degli standard e, se conforme, approverà la vendita in tutta l’Unione Europea. Ciò significa che i veicoli fabbricati nel Regno Unito per tutto il periodo di transizione possono continuare a ottenere omologazioni a livello UE ed essere autorizzati per la vendita sul mercato dell’UE garantendo così la coerenza normativa imposta da questo processo che permetterà un esercizio commerciale sostanzialmente fluido

Il problema dell’accordo commerciale

Sebbene con il periodo di transizione saranno offerti diversi mesi di “consueta attività”, l’attenzione si sposterà sui punti chiave dell’accordo commerciale da negoziare. E qui nasce il problema. L’industria automobilistica del Regno Unito è stata quasi unanime nell’esprimere l’importanza di un regime doganale semplificato, unificazione normativa e commercio senza dazi per un roseo futuro del settore. E negli ultimi mesi, le associazioni di categoria, nello specifico la Society of Motor Manufacturers and Traders (SMMT) si sono ripetutamente rivolta ai legislatori del Regno Unito per chiedere soprattutto di raggiungere un accordo per le future relazioni commerciali con l’Europa. La possibilità di un cosiddetto rischio “no deal” (nessun accordo), a detta dell’SMMT, porterebbe ad un impatto “devastante” per l’industria delle quattro ruote. D’altra parte, nonostante le recenti rassicurazioni del governo, le probabilità che non si raggiunga un’intesa sono elevate.

Quali effetti avrebbe un “no deal”

Le stime sugli effetti di un ipotetico “no-deal” per l’azienda britannica le ha fornite proprio la SMMT. I dazi doganali rischierebbero di “decimare” il settore automobilistico nazionale con la perdita di 1,5 milioni di veicoli prodotti entro il 2024 e di elevare i costi per 42,7 miliardi di sterline (circa 51 miliardi di euro al cambio attuale). Le tariffe sui componenti importati e sui veicoli esportati aumenterebbero di oltre 3,2 miliardi di sterline: “Si verificherebbe un aumento colossale, pari a quasi il 90% delle spese annuali in Ricerca e Sviluppo, spingendo al rialzo i prezzi e al ribasso la domanda globale. In un momento in cui sono indispensabili ulteriori investimenti in tecnologie per una mobilità sempre più sicura, più pulita e più intelligente, si tratterebbe di un tragico spreco “. 

Brexit l’ultimo colpo al settore

A spaventare ulteriormente il mercato auto con lo tsunami Brexit ci sono poi i dati poco confortevoli del 2019. I volumi produttivi sono scesi del 14,2% a 1,3 milioni di unità. L’allarme della SMMT è ancor più drammatico considerando quanto sia importante l’esportazione per le fabbriche britanniche. Nel 2019 solo poco più di 247 mila veicoli industriali prodotti localmente sono stati destinati ad acquirenti britannici, mentre le spese verso 160 Paesi, pari a circa 1,05 milioni di veicoli, sono calate del 14,7% con il componente verso il blocco comunitario in flessione dell’11,1%. Il crollo ha riguardato anche gli investimenti, che l’anno scorso ammontavano a 1,1 miliardi di sterline, il 60% in meno rispetto ai media dei 2,75 miliardi registrati nei sette anni precedenti

E le case automobilistiche come hanno reagito?

Il principale costruttore nazionale, Jaguar Land Rover, ha trasferito l’assemblaggio a Nitra, in Slovacchia. SUV come Jaguar E-Pace e I-Pace e il nuovo Land Rover Defender nasceranno lontani dal Paese d’origine. Nissan, nel suo sito di Sunderland, interromperà la produzione di Qashqai e X-Trail. Honda nel 2021 chiuderà Swindon (Civic, CR-V). Toyota, in caso di “no deal” seguirà le orme di Honda dal 2023, abbandonando l’impianto di Burnaston. Il gruppo PSA ha avvertito già l’anno scorso che la decisione di mantenere aperto il suo stabilimento automobilistico Vauxhall Ellesmere Port nel Cheshire dipende dalle future relazioni della Gran Bretagna con l’Unione Europea. E c’è infine Ford, che in UK possiede due ”plants”, che ha nel Regno Unito il proprio terzo sbocco mondiale, e che ha già calcolato perdite per 1 miliardo di euro.

Quali opportunità per le case auto

Ci sono comunque alcune aree di opportunità per i produttori e gli operatori automobilistici del Regno Unito, come la crescita del mercato dei ricambi auto e lo sviluppo di accordi commerciali con i principali mercati globali tra cui Cina e Stati Uniti. Quando si entrerà nel periodo di transizione la sfida sarà quella di garantire un accordo commerciale che riconosca meglio gli aspetti positivi del mercato unico, onorando il desiderio di una maggiore autonomia.

Parole di Riccardo Mantica

Nell’editoria online dal 2001 quando scrivere per il web era una chimera. Pubblicista dal 2005, blogger per caso nel 2010, ha vissuto l’avvento del web 2.0 e dei social network condividendone gioie e dolori. Le passioni coltivate negli anni per sport, motori e tecnologia sfociano oggi anche nel panorama della mobilità sostenibile. Il motto preferito? Guardare sempre avanti senza dimenticare il passato. Stay tuned!