Linee a benzina che si spengono in fabbrica, container che si muovono verso il mare. In mezzo, un marchio che ha cresciuto generazioni di automobilisti. È il momento in cui Honda cambia ritmo: la Cina diventa officina del futuro, il Giappone bussa alla porta dell’elettrico.
In Cina l’aria è cambiata da un pezzo. Nelle JV di Honda le linee per i veicoli a combustione vengono sospese o riconvertite. Non per moda, ma per necessità. Il mercato ha spostato l’ago della bussola: nel 2024 le auto a batteria hanno superato, in alcune province, il 40% delle immatricolazioni. Il risultato? Chi produce soprattutto benzina fa i conti con saloni più vuoti, listini sotto pressione, magazzini pieni. È la fotografia di un’industria che corre, e di un costruttore che sceglie di non restare fermo.
Ho in mente una visita a Guangzhou: un venditore mi diceva che il test drive ormai parte in silenzio. “Se non senti nulla, è normale: è un BEV”, sorrideva. In quel silenzio c’è la logica della mossa di Honda. Tagliare la produzione tradizionale dove la domanda si assottiglia e riposizionare le risorse su piattaforme elettriche nate in Cina, dove la filiera è corta, le batterie costano meno e l’innovazione è diventata quotidiana.
Perché fermare la benzina in Cina
Il mercato cinese marcia sull’elettrico: adozione al 35–40% e una guerra dei prezzi che ha piegato i margini dei modelli a benzina. I costruttori giapponesi hanno perso quota sotto la doppia cifra in alcune aree. È un campanello forte. Le autorità locali spingono sui NEV con permessi e incentivi mirati, mentre la rete di ricarica cresce veloce.
Dentro questo scenario arriva il passaggio che nessuno voleva anticipare a voce alta ma che, a metà storia, diventa inevitabile: per la prima volta, Honda avvierà l’importazione in Giappone di un SUV elettrico costruito in Cina. Un gesto semplice, quasi logistico, eppure simbolico. Portare a casa un modello nato oltre il Mar Giallo significa ammettere che oggi la catena del valore migliore, per alcuni segmenti, è lì. In Giappone l’aliquota doganale sulle auto è nulla, quindi il prezzo potrà giocare la sua partita anche senza barriere. Al momento della stesura non c’è una data ufficiale né il nome del modello: mancano dettagli e Honda non li ha ancora comunicati pubblicamente.
Cosa cambia per chi guida in Giappone
Il Giappone resta prudente sull’elettrico (quota BEV ancora sotto il 5% nel 2024). Un SUV elettrico competitivo, con autonomia concreta e prezzo centrato, può sbloccare la curiosità di chi è rimasto alla finestra. L’ecosistema c’è, ma va irrigato: punti di ricarica in crescita, ricarica domestica più facile nelle case unifamiliari che nei condomini urbani. La concorrenza interna spinge: i kei EV hanno aperto la strada; ora serve un SUV “normale” che parli alla famiglia media, non solo al pioniere.
Quando ho chiesto a un concessionario di Yokohama cosa temono i clienti, ha risposto senza pensarci: tempo di ricarica e rivendibilità. Ecco dove Honda dovrà guadagnarsi fiducia: garanzie chiare sulle batterie, aggiornamenti software, assistenza diffusa. Niente promesse fumose; schede trasparenti su autonomia reale in inverno, costi del kWh, valore residuo. Se il prezzo sarà allineato ai rivali termici di segmento, l’asticella si alza per tutti.
È una svolta che tocca corde identitarie. Una Honda “made in China” che gira per Tokyo non è un paradosso: è il mondo com’è oggi. La domanda, forse, è un’altra: ci interessa più il luogo in cui nasce un’auto o la qualità dell’esperienza che ci regala ogni mattina, nel traffico, in silenzio?





