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Fiat: stipendi stellari ai manager, cassa integrazione per gli operai!

Fiat: stipendi stellari ai manager, cassa integrazione per gli operai!

Oggi la situazione è mutata e di molto, Fiat ha dovuto guardare a Detroit per non collassate all’interno di un sistema che rischia di naufragare se rimasto solo e scollegato con gli altri concorrenti e ciò, pur con la impopolarità che si è creato attorno a sé negli ultimi tempi Sergio Marchionne,

da in Fiat, Mercato Auto, Mondo auto
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    Paolo Ferrero

    Un tempo, quando alla Fiat i General Manager avevano le mani unte di grasso e di olio, come piacevano a Beppe Grillo che ricorda spesso la cosa, un alto dirigente del Gruppo automobilistico guadagnava circa venti volte quello che percepiva un operaio che guadagnasse meno. Un equilibrio sicuramente equo se si considera che le sorti di un gruppo industriale non la fanno solo gli operai alla catena di montaggio ma anche o soprattutto quelli che sono ai vertici ed ai quali vengono demandate le sorti di un gruppo e dunque degli stessi operai.

    Tuttavia negli anni s’è finito per creare un vero e proprio divario enorme fra la paga delle maestranze e quelle dei massimi esponenti, una discrepanza che ha il sapore della sperequazione, della disuguaglianza sociale arrogante ancor di più adesso che ci si dibatte fra crisi dell’auto, chiusura degli stabilimenti e cassa integrazione per i più.

    Certo è vero però, che avranno avuto anche le mani unte di grasso i dirigenti della Fiat che sfornava auto in un’Italia sonnacchiosa ma operosa come era quella degli anni cinquanta e sessanta, ma non c’era paragone alcuno fra gli industriali del tempo e relativi manager di allora con gli attuali, anche solo pensando a Fiat e senza nulla togliere, ad esempio, a Vittorio Valletta, un alto dirigente chiamato direttamente dagli Agnelli, rimasto in carica fino al 1966, pare che Beppe Grillo si riferisse proprio a lui. Insomma, non si può negare che in quegli anni di assistenzialismo da parte dello Stato, di congiunture economiche più che favorevoli per i marchi automobilistici italiani che si muovevano in un clima quasi autarchico, reggere le sorti dell’azienda era sicuramente più agevole di quanto si possa fare adesso.

    Oggi la situazione è mutata e di molto, Fiat ha dovuto guardare a Detroit per non collassare all’interno di un sistema che rischia di naufragare se rimasto solo e scollegato con gli altri concorrenti e ciò, pur con la impopolarità che si è creato attorno a sé negli ultimi tempi Sergio Marchionne, non sarebbe stato possibile se ai vertici di un’azienda non ci fosse un uomo con le sue capacità, se ai vertici di Fiat non ci fosse tutto lo staff dirigenziale che conosciamo, da Elkan passando da Montezemolo e via di seguito.

    E dunque tutto ha un costo, forse in questo caso ben riposto, se si pensa che l’eventuale sbriciolamento e relativa deriva di una grande industria significa far precipitare nella disperazione chi vi lavora e chi lavori nell’indotto. Resta tuttavia una riflessione che sorge spontanea alla luce degli stipendi di tali manager, se solo si pensa che Marchionne e Montezemolo insieme guadagnano in un mese quello che percepiscono circa 400 operai. Una situazione sicuramente difficile da sopportare e ancor più difficile da far sopportare alla sinistra italiana quella più estremista come è la Federazione della Sinistra con a capo Paolo Ferrero il quale si auspica che il governo metta un tetto sulle retribuzioni dei manager i cui stipendi non potranno superare più di dieci volte lo stipendio dell’operaio che guadagna di meno, soprattutto quando si è in un clima come l’attuale in un momento insomma in cui si chiudono gli stabilimenti e si manda la gente in cassa integrazione.


    Ma occorre dire che anche questa è demagogia, il Governo su un’industria privata può tracciare linee guida, può decidere o meno di incentivare i suoi prodotti, può intervenire con le defiscalizzazioni, ma non può andare a sindacare sugli stipendi che l’azienda ha previsto per i suoi manager, figurarsi, non lo fa lo Stato con i suoi, figurarsi con quelli degli altri.

    E, dunque, Ferrero farebbe meglio a badare di più a questi limiti che hanno i governi piuttosto che fare populismo che in questo caso altro non fa che scaldare ancor di più l’animo dei lavoratori. Serve sicuramente una moralizzazione degli stipendi, dal basso verso l’alto, quelli bassi potrebbero essere modulati sulla base dei risultati ottenuti dallo stabilimento di produzione, quelli alti dovrebbero in effetti essere calmierati in modo non tanto estremo come invocato da Ferrero ma per lo meno senza creare disavanzi tanto macroscopici, ma in attesa che tutto ciò avvenga, se mai avverrà, perché qualcuno non pensa a quanto costava la Fiat all’Italia quando a governarla era la politica, sinistra compresa, pronta a saldare i debiti contratti dal marchio che nonostante le provvidenze statali fino all’ingresso di Marchionne era in rosso con le banche per ben tre miliardi di euro. Se vogliamo farne un discorso etico, siamo tutti d’accordo a rimanere sconcertati in vista degli stipendi stellari corrisposti ai vertici aziendali, se invece vogliamo farne un discorso economico, a conti fatti, costa all’Italia oggi meno la Fiat di quando i manager, unti di olio e di grasso, guadagnavano “appena” venti volte lo stipendio dell’ultimo operaio!

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