Pirati della strada: una sentenza storica

Pirati della strada: una sentenza storica

Una sentenza che farà discutere, ritenere la volontarietà dell'azione penale in un incidente stradale è davvero motivo di discussione, eppure, il reo che s'è reso protagonista del terribile incidente avvenuto il 24 maggio scorso, s'è beccato una condanna a dieci anni di reclusione

da in Codice della strada, Mondo auto
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    Incidente

    Una sentenza destinata a lasciare il segno e anche a rappresentare un precedente importante nell’ordinamento giuridico italiano è quella relativa alla condanna a dieci anni di reclusione comminata al pirata della strada che il 24 maggio scorso ha ucciso con la propria auto due giovani fidanzati con l’unica colpa di averlo dovuto incrociare con il proprio scooter.

    In una nazione come l’Italia, conosciuta in tutto il mondo per la mitezza delle pene, anche se sarebbe più giusto parlare di inapplicazione delle condanne e della poco ed a volte persino nulla certezza della pena, dove si fa giurisprudenza a corrente alternata passando da pene esemplari, che in uno Stato di diritto non dovrebbero esistere, fino a condanne ridicole magari per lo stesso reato, fa riflettere come l’ordinamento giuridico, troppo spesso, risente persino in maniera eccessiva del libero convincimento del magistrato, del sentire dell’opinione pubblica, spesso amplificato dai media e, ahinoi, dalla forza difensiva del reo una volta giunto in aula.

    Giusto è sostenere che, colui, come del resto ha sostenuto la pubblica accusa, si mette in auto ubriaco, sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, non rispetta il semaforo che proietta il rosso, guida un’auto al doppio della velocità consentita, procura un incidente gravissimo e poi scappa, da vero pirata della strada e che solo una volta finito sul banco degli imputati inscena una sorta di tragedia contraddistinta dal suo pianto a ridotto, paghi, eccome, le colpe della propria condotta.

    Ma viene da pensare a quello zingaro che in analoghe circostanze ha ucciso addirittura il doppio delle persone in un periodo di poco antecedente rispetto a quanto avvenuto in questo caso ed ha ricevuto un trattamento penitenziario e poi una condanna del tutto diversa; cosa mai avrà fatto la differenza, la capacità mediatica dell’imputato, la paura di provocare una ghettizazione del popolo dei nomadi cui apparteneva l’imputato, l’attenzione perversa che parte di un certo tipo di opinione pubblica deviata aveva dato al caso o cosa? Insomma, una Legge che viene applicata ad intermittenza non è un buon deterrente per scoraggiare la delinquenza e i comportamenti scorretti.


    Resta il fatto che il comportamento dell’automobilista che ieri è stato condannato a dieci anni per omicidio volontario, partendo dal presupposto che chi si pone alla guida in quello stato non puo’ non sapere, soprattutto quando conduce la sua auto da scervellato, le conseguenze cui andrà incontro e dunque in questo sta la volontarietà del suo gesto, è da ritenersi una buona condanna

    Ma, ricordiamo, i gradi di giudizio sono tre e già oggi la difesa invoca l’illegittimità della pena comminata al punto che al giudizio d’appello, davanti ad un nuovo magistrato ed un nuovo ordine giudicante, certe tesi accusatorie potrebbero solo rappresentare delle semplici aggravanti e non esse stesse facenti parte del castello accusatorio; insomma, come dire, se era ubriaco fradicio e sotto l’azione delle sostanze stupefacenti l’imputato non poteva mai concertare la volontarietà del suo gesto stante la sua coscienza obnubilata del momento; troppo ardita la difesa se si basasse su questo assunto? Forse, ma c’è chi con la momentanea infermità mentale è addirittura uscito dal carcere,perché non potrebbe accadere anche stavolta?

    Foto tratta da: Omniauto

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