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Ricorso multe autovelox: quando la contravvenzione è illegittima

Ricorso multe autovelox: quando la contravvenzione è illegittima
da in Autovelox e Tutor, Codice della strada, Consigli e Guide
Ultimo aggiornamento: Martedì 17/05/2016 16:59

    Autovelox

    Tutti gli autovelox vanno revisionati; le multe provenienti da apparecchi non controllati non sono legittime. Come alcuni ricorderanno, nel 2015 una sentenza della Corte costituzionale, la 113/2015 del 29 aprile, dichiarò illegittimo il comma 6 dell’articolo 45 del Codice della strada, dove non prevede che tutti gli apparecchi debbano essere sottoposti a controlli periodici.

    Ora una recente sentenza della Cassazione, basandosi proprio su quella decisione della Consulta, ha ribadito un altro principio che dovrebbe essere evidente: l’ente accertatore dell’infrazione deve dimostrare che la revisione dell’apparecchio è stata fatta. Inoltre quella pronuncia d’incostituzionalità ha effetto retroattivo, per cui è applicabile anche ai procedimenti giudiziari pendenti, cominciati prima che la Corte costituzionale decidesse. La Cassazione, nella sentenza 113/2015 pubblicata il 16 maggio 2016, ha deciso sul contenzioso tra un’automobilista e il comune di Ostellato (Ferrara). La donna era stata multata con autovelox. Nel ricorso al Giudice di pace aveva vinto. Il Comune si era così appellato al Tribunale, il quale invece aveva dato ragione all’ente. L’automobilista ha presentato ricorso in Cassazione, motivando che il Tribunale non aveva considerato la mancata esibizione da parte del Comune della prova di avvenuta taratura dell’autovelox. La Cassazione ha quindi dato ragione alla donna, annullando con rinvio la sentenza del Tribunale, il quale ora dovrà nuovamente pronunciarsi per accertare se il Comune aveva revisionato l’apparecchio prima di quell’infrazione.

    Riepiloghiamo quello che accadde quasi un anno fa. Fino ad allora la complessa normativa sull’uso delle apparecchiature di rilevamento velocità (oltre al codice della strada ci sono diversi decreti ministeriali) prescriveva che solo gli autovelox automatici, cioè quelli fissi che rilevano da soli le infrazioni, fossero sottoposti ai controlli. Invece gli apparecchi mobili, quelli utilizzati dalle pattuglie, ne erano esentati. E’ su questo punto che sono calati i fulmini della Consulta. La sentenza 113/2015 impone che tutti gli apparecchi impiegati nell’accertamento delle violazioni ai limiti di velocità siano sottoposti a verifiche periodiche di funzionalità e taratura.

    Cosa succede a chi ha preso una multa nel frattempo? Se è già stata pagata, non c’è più niente da fare. Per chi intende ricorrere o ha già iniziato il ricorso, va evidenziato che la sentenza della Consulta interessa solo le multe sanzionate tramite apparecchi non sottoposti a revisione periodica, quindi quelle rilevate dalla pattuglia. E’ importante ai fini del ricorso controllare se nel verbale è specificato se l’apparecchio è stato sottoposto a verifica. Se non c’è scritto, si dovrebbe chiedere copia di quel documento all’autorità che ha emesso la multa. Oppure richiederne l’esibizione attraverso il giudice di pace, nel ricorso. Non sempre le amministrazioni, soprattutto i comuni, sono in grado di farlo in tempo per l’udienza. La vicenda è nata dal ricorso di un automobilista in provincia di Cuneo contro una multa sanzionata dalla polizia stradale attraverso autovelox. Il giudice di pace di Mondovì respinse il ricorso; l’automobilista si rivolse quindi al Tribunale di Torino, il quale confermò la prima sentenza. Gli appelli si trascinarono fino alla Cassazione. In tutte le fasi del procedimento era rimasto controverso il corretto funzionamento dell’autovelox, “in relazione al quale non è stato concesso alcun accertamento“, si legge nella sentenza della Consulta. E’ per questo motivo che la Cassazione ritenne di sollevare la questione di legittimità costituzionale della norma che esenta dalle verifiche periodiche gli autovelox presidiati.

    Il nodo centrale della questione è la violazione dell’articolo 3 della Costituzione. Ne citiamo il comma 1: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali“. Infatti, puntualizza la Cassazione, la norma impugnata crea un sistema palesemente irragionevole: le stesse infrazioni possono venire accertate sia da apparecchi controllati che da altri il cui funzionamento potrebbe cambiare nel tempo, a causa della mancanza di revisioni. In questo modo si crea una differenza di trattamento da parte della legge nei confronti di chi viene multato con un sistema piuttosto che con un altro. Da qui la violazione della norma costituzionale. Va sottolineato che nella questione è entrato anche Matteo Renzi, cercando di respingere le questioni di legittimità costituzionale. Infatti l’attuale presidente del Consiglio si è costituito in giudizio il 9 dicembre 2014, rappresentato dall’Avvocatura dello Stato. Le sue ragioni, in sintesi, sono che la questione è infondata perché l’intera materia dell’impiego e manutenzione delle apparecchiature è disciplinata da un decreto del ministero dei lavori pubblici del 29 ottobre 1997 (primo governo Prodi): all’articolo 4 si prescrive che gli agenti di polizia stradale sono tenuti a rispettare le modalità d’installazione e impiego delle apparecchiature, contenute nei manuali d’uso. La sintesi della Corte costituzionale, nella sua sentenza, è proprio l’irragionevolezza di una norma che rende uguale l’uso di apparecchi il cui funzionamento può variare nel tempo a quello di macchinari invece sempre controllati. Da qui l’illegittimità costituzionale dell’articolo 45, comma 6, del codice della strada.

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